Ciao Riccardo


Piangere la scomparsa di un compagno di squadra è probabilmente l’ultima cosa a cui pensavamo. A nessuno di noi, mai e poi mai, sarebbe venuto in mente di dare per incerta la vita di un nostro amico e compagno. Riccardo Previde Massara aveva 37 anni e ha fatto parte del team Garpez | Disabili in Quad per 6 anni, dal 2011. Anni di iniziative condivise, di incontri e anche di scontri: esattamente quello che accade in ogni squadra che si rispetti, in ogni famiglia, in ogni ufficio. Si vince, si perde, si vive, tutti assieme, senza mai lasciare indietro nessuno.

Per nostra filosofia, non è questa la sede dei ricordi. Non è qui, su un sito web, che vogliamo raccontare il pezzettino di vita di Riccardo che abbiamo condiviso. Il meglio lo teniamo dentro, lo conserviamo per noi, ognuno a modo suo, con i propri ricordi e i propri flash di una vita.

Ciao Riccardo #29

Quello che vorremmo, invece, condividere, sono alcuni pensieri allo scopo di omaggiare la vita di Riccardo. Il primo è di Rossano Valenti, nel team sicuramente quello più vicino a Ricky. Non un amico ma L’amico: “Non si può morire per una piaga da decubito, nel 2017. Ho perso così già troppi amici. Una piaga, poi un’infezione del sangue, nulla che possa recuperare la situazione e via, un attimo ci sei e l’attimo dopo non ci sei più. E’ uno shock, sembra impossibile ma è così. Chiunque sia coinvolto a diverso titolo nel mondo dell’handicap deve sapere che ad ogni azione corrisponde una reazione di un corpo che non è quello di prima“.

Stefano Cordola, da poco tornato in moto dopo un percorso durato anni, taglia corto, come nel suo stile: “ha vissuto la sua vita facendo tante cose che gli andava di fare, quando gli andava di fare. Non so cosa dire se non che ha fatto bene a non rinunciare a nulla, se quella era poi la strada che la vita avrebbe preso per lui“.

Chiudiamo con Andrea De Beni, team coordinator: “Riccardo è sempre stato una presenza vivace nel team: qualsiasi sua azione o parola ci dava da riflettere, a volte condividendo e a volte no il suo pensiero. Il modo migliore che abbiamo per omaggiare i sei anni vissuti nel team è non lasciare che questa morte rimanga senza voce. Una piaga da decubito può finire in questo modo? Bene, vivremo ogni giorno raccontando la sua storia e facendone comprendere la pericolosità, sia in relazione allo sport, sia alla vita quotidiana. Se il suo è un finale tragico, noi che restiamo abbiamo il dovere di prendere in mano un’immaginaria torcia e di portarla avanti come un dono. Vogliamo trovare quel briciolo di utilità in tutto questo, che di utile sembra non avere veramente niente“.

Ciao Riccardo.

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